mercoledì 26 agosto 2026

Festa di Sant'Oronzo a Lecce

 

Sant’Oronzo 2026: Lecce saluta la sua grande festa tra fede, tradizione e spettacolo

LECCE – 26 agosto 2026. Si conclude oggi a Lecce l’edizione 2026 dei festeggiamenti in onore dei Santi Patroni Oronzo, Giusto e Fortunato, quattro giornate che hanno riportato nel cuore della città il fascino di una delle feste più sentite del Salento. Il programma ufficiale del Comune ha previsto appuntamenti dal 23 al 26 agosto, con celebrazioni religiose, processioni, musica, luminarie, fiera, cultura e iniziative dedicate alla tradizione popolare.

Ancora una volta il centro di Lecce si è trasformato in un grande spazio di incontro. Le vie del centro storico e soprattutto Piazza Sant'Oronzo sono state il cuore pulsante della manifestazione, tra la devozione dei leccesi, la curiosità dei visitatori e l'atmosfera festosa che ogni anno accompagna questi giorni di agosto.

Una festa che unisce fede e identità

Il momento centrale della festa rimane quello religioso. La solenne processione del 24 agosto ha attraversato le vie della città accompagnando i simulacri dei tre Santi Patroni, in una manifestazione che rappresenta uno dei momenti più importanti della tradizione leccese.

Sant’Oronzo non è soltanto il patrono: è una figura profondamente legata alla storia e all’identità della città. La sua festa rappresenta infatti un appuntamento nel quale memoria religiosa, cultura popolare e vita cittadina si incontrano.

Anche quest’anno particolare attenzione è stata dedicata all’accessibilità, con servizi e aree riservate per consentire a tutti di partecipare agli appuntamenti della festa.

Musica, spettacoli e tradizione

Accanto alle celebrazioni religiose, l’edizione 2026 ha proposto un programma civile ricco di appuntamenti. Tra gli eventi musicali principali sono stati protagonisti Enzo Petrachi, gli Après La Classe e, nella serata conclusiva, Antonio Castrignanò.

Non sono mancati inoltre la tradizionale Fiera di Sant’Oronzo, i laboratori di cartapesta, gli appuntamenti bandistici e la mostra fotografica dedicata a Sant’Oronzo nella tradizione popolare, a cura di Arturo Caprioli.

È proprio questa capacità di mettere insieme antico e moderno a rendere particolare la festa patronale leccese: da una parte i riti che appartengono alla memoria collettiva, dall’altra la musica e gli spettacoli capaci di coinvolgere le nuove generazioni.

Lecce e il suo Santo

Nei giorni della festa, la città sembra cambiare volto. Le luminarie accendono le strade, le bande accompagnano le celebrazioni e migliaia di persone si riversano nel centro storico.

A fare da sfondo alla festa sono alcuni dei luoghi più rappresentativi di Lecce, dall’anfiteatro romano alla colonna di Sant’Oronzo, fino alle chiese e alle piazze del centro.

La Colonna di Sant'Oronzo, simbolo indissolubilmente legato al patrono, torna così a essere uno dei punti di riferimento visivi e spirituali della festa. La statua attualmente collocata sulla colonna è una copia in bronzo dell’originale settecentesco, installata nel 2024.

Il 26 agosto, il giorno del Patrono

Oggi, 26 agosto, Lecce vive il giorno più solenne della festa. È la giornata dedicata a Sant’Oronzo, quella nella quale la città celebra il proprio patrono con le principali cerimonie religiose e con gli ultimi appuntamenti del programma.

È anche il momento dei saluti: lentamente le luminarie si spegneranno, le bancarelle inizieranno a lasciare le strade e il centro storico tornerà alla sua quotidianità.

Ma la festa non finisce davvero questa sera.

Resteranno nelle fotografie, nei ricordi dei leccesi e dei tanti visitatori le immagini di una città illuminata, delle bande, della processione, delle piazze affollate e di quella particolare atmosfera che ogni anno, alla fine di agosto, rende Lecce diversa.

Sant’Oronzo 2026 si chiude dunque con il suo messaggio più autentico: una festa che appartiene alla fede, ma anche alla memoria, alla cultura e all’identità di un’intera comunità.

E quando le ultime luci si spegneranno, Lecce avrà già iniziato ad aspettare la prossima festa.

la locandina dell'evento della Rassegna di Sant'Oronzo che dal 1995 si tiene a Lecce in occasione delle feste Patronali, organizzata dalla dott.ssa Anna Maria Gentile


domenica 10 maggio 2026

A mia madre di Edmondo De Amicis

 Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni;
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un atto
che non mi tocchi dolcemente il cuore;
ah! se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perché io le baci la sua treccia bianca,
o quando inferma e stanca
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ma se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei del gran pittor d’Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto;

vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei
dal sacrifizio mio ringiovanita.

Edmondo De Amicis


giovedì 30 aprile 2026

Maggiolata

Maggiolata


Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori;
porta le ortiche e i fiori,
i serpi e l’usignol.
Schiamazzano i fanciulli
in terra, in ciel gli augelli,
le donne han nei capelli
rose, negli occhi il sol.
Tra colli, prati e monti,
di fior tutto è una trama;
canta, germoglia ed ama
l’acqua, la terra, il ciel.


G. Carducci




lunedì 27 aprile 2026

Giovanni Pascoli

La vita di Giovanni Pascoli è segnata profondamente da eventi tragici e da una sensibilità fuori dal comune, elementi che influenzeranno tutta la sua poesia. Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, in una famiglia relativamente agiata. La sua infanzia fu però sconvolta da un evento drammatico: l’assassinio del padre, avvenuto quando Giovanni aveva solo dodici anni. Questo episodio segnò l’inizio di una serie di lutti familiari che portarono alla morte di diversi membri della famiglia in pochi anni. Queste tragedie crearono in lui un senso di insicurezza e dolore che si rifletterà profondamente nella sua opera. Dopo aver studiato all’Università di Bologna, dove fu allievo del celebre poeta Giosuè Carducci, Pascoli intraprese la carriera di insegnante e poi di professore universitario. Nonostante il successo accademico, condusse una vita piuttosto riservata, legata agli affetti familiari e al bisogno di ricostruire quel “nido” domestico distrutto durante l’infanzia. La sua poesia si distingue per l’attenzione alle piccole cose, ai dettagli quotidiani e alla natura, spesso carichi di significati simbolici. Una delle sue raccolte più celebri è Myricae, dove emergono temi come il dolore, la memoria e il mistero della vita. Un celebre esempio della sua poetica è tratto dalla poesia “X Agosto”, in cui Pascoli rievoca la morte del padre attraverso un parallelismo con una rondine uccisa: “San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.” In questi versi si percepisce chiaramente il dolore personale del poeta, trasformato in una visione universale del male e della sofferenza nel mondo. Giovanni Pascoli morì nel 1912, ma la sua poesia continua ancora oggi a essere studiata e apprezzata per la sua capacità di esprimere emozioni profonde attraverso immagini semplici e suggestive.


mercoledì 18 marzo 2026

UGO FOSCOLO

 Ugo Foscolo è una figura che sembra vivere costantemente sul confine tra passione e disincanto, tra ideali altissimi e una realtà che li tradisce. Nato nel 1778 a Zante, un’isola greca allora sotto il dominio veneziano, Ugo Foscolo porta dentro di sé fin dall’inizio una duplice identità: quella mediterranea, luminosa e mitica, e quella inquieta, tipicamente moderna.

La sua vita è segnata da un continuo esilio, geografico e interiore. Dopo essersi trasferito a Venezia, abbraccia con entusiasmo gli ideali della libertà portati da Rivoluzione Francese e guarda a Napoleone Bonaparte come a un liberatore. Ma la delusione arriva presto: il trattato di Campoformio, con cui Venezia viene ceduta all’Austria, spezza ogni illusione. È uno di quei momenti in cui la storia entra nella carne di un uomo e ne cambia per sempre lo sguardo.

Da questa ferita nasce gran parte della sua opera. Nel romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis, il protagonista diventa il riflesso dell’autore: un giovane travolto dall’amore e dalla politica, incapace di trovare un posto nel mondo. L’Italia che sogna non esiste, e la sua risposta è estrema, tragica, definitiva.

Eppure Foscolo non è solo disperazione. Nei suoi sonetti più celebri, come “A Zacinto” e “In morte del fratello Giovanni”, emerge una voce più intima, quasi sospesa. La nostalgia della terra natale diventa simbolo di qualcosa di irraggiungibile: non è solo un’isola, ma un’origine perduta, una pace che non si può più riconquistare.

Il suo capolavoro, Dei Sepolcri, è forse il punto più alto della sua riflessione. Qui Foscolo si confronta con la morte, ma non in modo cupo: i sepolcri diventano custodi della memoria, ponti tra vivi e morti. In un mondo dove gli ideali crollano, è la memoria a salvare tutto. È un’idea potente: ciò che resta non è il corpo, ma il ricordo, l’eredità morale, la continuità degli affetti.

Negli ultimi anni, l’esilio diventa definitivo. Foscolo si sposta tra Svizzera e Inghilterra, sempre più isolato, sempre più lontano da quella patria che ha tanto amato e mai davvero posseduto. Muore a Londra nel 1827, quasi dimenticato, ma con una voce che nel tempo diventerà fondamentale per la letteratura italiana.

Raccontare Foscolo significa attraversare una vita irrequieta, piena di slanci e cadute. È il poeta degli ideali infranti, ma anche della dignità che resiste. In lui convivono il fuoco della giovinezza e la lucidità amara di chi ha capito che il mondo raramente mantiene le sue promesse — e proprio per questo sente il bisogno di affidare alla poesia ciò che la realtà non sa conservare.

Ugo Foscolo, seconda versione del ritratto di Fabre


giovedì 26 febbraio 2026

Punch, il macaco che ha trasformato la fragilità in un racconto universale

 

Punch, il macaco che ha trasformato la fragilità in un racconto universale

Tra le storie che la natura ci consegna, alcune sembrano scritte da un narratore invisibile. La vicenda della scimietta Punch, un cucciolo di macaco giapponese abbandonato dalla madre e affidato alle cure umane, appartiene a questa categoria: un frammento di realtà che possiede la struttura di una fiaba crudele e luminosa.

Punch non ha scelto la solitudine. È stata la vita a consegnargliela troppo presto, in un’età in cui ogni creatura dovrebbe conoscere solo calore, latte e contatto. I macachi, come gli esseri umani, costruiscono il proprio mondo attraverso l’abbraccio: senza quel gesto, tutto vacilla. E così Punch, improvvisamente senza un corpo materno a cui aggrapparsi, ha trovato rifugio in un oggetto: un peluche.

Il peluche come surrogato, simbolo, specchio

Quel piccolo giocattolo di stoffa non è solo un conforto. È un simbolo. È la prova che l’attaccamento non è un privilegio umano, ma una legge biologica e poetica che attraversa le specie. Punch stringe il peluche come si stringe un destino: con la forza disperata di chi non vuole scomparire.

Nella letteratura, questo gesto sarebbe un archetipo: l’orfano che trova un talismano, l’eroe minuscolo che si aggrappa a un oggetto per non cadere nel vuoto. Punch diventa così un personaggio narrativo perfetto, un piccolo protagonista che porta sulle spalle il peso di una storia più grande di lui.

La fragilità come forma di resistenza

Punch non è solo un cucciolo vulnerabile: è una creatura che resiste. Ogni volta che stringe il peluche, compie un atto di sopravvivenza. Ogni volta che cerca calore in un oggetto inanimato, ricorda al lettore che la vita trova sempre una via, anche quando il mondo sembra negarla.

La sua immagine — occhi grandi, corpo minuscolo, braccia avvinghiate al peluche — è una scena che appartiene alla letteratura prima ancora che alla biologia. È un’icona della tenerezza ferita, della resilienza, dell’infanzia che non si arrende.

Punch come metafora del nostro tempo

Viviamo in un’epoca in cui molti esseri — umani e non — cercano un appiglio in un mondo che spesso non li accoglie. Punch diventa allora un simbolo collettivo: la creatura che, pur ferita, continua a cercare un legame. Il suo peluche è un ponte, un gesto, un tentativo di ricostruire ciò che è stato spezzato.

Punch ci ricorda che la cura non è un lusso, ma una necessità. Che la dolcezza è una forma di resistenza. Che anche un piccolo macaco può insegnarci qualcosa sulla nostra stessa umanità.



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la dedica

A Leone Werth.

Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il migliore amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini. E ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande persona è stata. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano.)
Perciò correggo la mia dedica:
A Leone Werth
quando era un bambino»

Fernando Botero

Fernando Botero
Di Roel Wijnants - Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia

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L'inverno aveva rinfrescato anche il colore delle rocce. Dai monti scendevano, vene d'argento, mille rivoletti silenziosi, scintillanti tra il verde vivido dell'erba. Il torrente sussultava in fondo alla valle tra i peschi e i mandorli fioriti, e tutto era puro, giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo. Grazia Deledda