IL GELSOMINO NOTTURNO
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Canti di Castelvecchio/Canti di Castelvecchio/Il gelsomino notturno
Il gelsomino notturno è una poesia che si muove come una scena girata al buio, dove la luce non illumina mai del tutto, ma lascia intuire. Pascoli non racconta: suggerisce. Ogni verso è come un’inquadratura lenta, silenziosa, che sfiora senza spiegare.
La notte diventa un personaggio: avvolge, protegge, nasconde. Il gelsomino che si apre solo al calare del buio è simbolo di una vita che nasce in segreto, lontano dagli sguardi, nel momento in cui tutto sembra fermo. È una poesia sull’amore, sulla fecondità, ma anche sulla distanza: mentre altri vivono, il poeta osserva da fuori, come dietro un vetro.
C’è una tensione fortissima tra ciò che accade dentro e ciò che resta fuori. Come in certi film intimisti, Pascoli costruisce una scena in cui non vediamo mai l’evento centrale, ma ne sentiamo il respiro. La vera azione non è mostrata: vibra nell’aria.
Il gelsomino è la metafora di un mondo segreto, che fiorisce solo quando nessuno guarda, è qui che Pascoli diventa modernissimo: non descrive una realtà oggettiva, ma uno stato emotivo. La poesia funziona come una macchina da sogno, dove immagini, suoni e silenzi creano un’atmosfera sospesa.

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