venerdì 25 luglio 2025

Toby Keith su Clint Eastwood


 «Ho chiesto a Clint Eastwood:

"Hai quasi 90 anni. Hai girato tutto il giorno, oggi. Giri anche domani. E non sembri mai stanco. Come fai a continuare così?"

E lui mi ha risposto:
"Ogni giorno, quando mi sveglio, non lascio entrare il vecchio."

Gli ho detto:
"Cosa significa?"

E lui ha detto:
"Il vecchio è sempre lì fuori. Bussa alla porta. Ma io non lo faccio entrare. Lo tengo fuori. Il mio segreto è sempre stato lo stesso, fin dal 1959: restare occupato. Mai fermarsi. Mai lasciargli spazio."


🌟 Morale

Clint Eastwood non parlava solo dell’età fisica, ma della mentalità: non lasciare che la stanchezza, la nostalgia, il disincanto o la pigrizia prendano il sopravvento. Il “vecchio” è una metafora per tutto ciò che ti fa mollare.

mercoledì 25 giugno 2025

La casa d'estate (quarta parte)

 

Capitolo 4 – La stanza che non c’era

Il mattino seguente, Clara si svegliò con un nodo alla gola, come se qualcosa durante la notte le avesse parlato nel sonno, ma non riuscisse a ricordare le parole. Aveva la sensazione di non essere sola nella stanza, eppure sapeva di esserlo. La casa le sembrava più vasta di quanto ricordasse, come se ogni notte aggiungesse una parete, un corridoio, un respiro in più.

Fece colazione in silenzio. Niente telefono, niente radio, solo i rumori della campagna e il ticchettio irregolare dell’orologio a pendolo giù nell’ingresso che a volte pareva accelerare, come se si stesse innervosendo.

Prese di nuovo il quaderno. Le ultime pagine erano confuse, ma una frase le si fissò negli occhi:

“Lui dice che la casa cambia. Dice che ogni tanto appare una stanza nuova e che è lì che si decide tutto.”

Clara ricordò un vecchio armadio nell’angolo della stanza da letto al piano superiore. Lo aveva sempre ignorato, pensando fosse chiuso da anni. Ma ora… non era più così sicura. Salì le scale lentamente, con la mano tesa sulla ringhiera di ferro battuto. Quando aprì la porta, la stanza sembrava più buia del solito, più carica.

L’armadio era lì. Massiccio, di legno scuro, decorato con motivi floreali intagliati. La chiave pendeva dal buco della serratura, come se qualcuno l’avesse appena lasciata lì. Clara l’afferrò. Un brivido le attraversò le dita, girò lentamente la chiave, sentì uno scatto secco. Aprì.

Ma non trovò abiti né mensole.

Dietro le ante si apriva un passaggio.

Un corridoio.

Impossibile!

Non c’era spazio architettonico per quel corridoio, eppure era lì, illuminato da una luce gialla, fievole, e profumava vagamente di lavanda e carta vecchia. Clara sentiva il cuore martellare nel petto, eppure entrò. Ogni passo sembrava attutito, come se camminasse sopra uno strato denso d’aria. Le pareti del corridoio erano coperte di foto: volti. occhi, alcuni familiari altri no.

 In fondo, una porta, era chiusa

Clara vi si avvicinò e con dita tremanti, la spinse. Si aprì senza rumore.

La stanza che si rivelò era piccola, polverosa, con una finestra aperta che dava sul vuoto. Letteralmente: non c’erano colline, né alberi, né cielo. Solo bianco. Come se il mondo lì non fosse ancora stato disegnato. Al centro della stanza c’era una sedia. Su di essa, un vestito giallo da bambina, piegato con cura. Accanto, un biglietto.

“Lo hai dimenticato, Clara. Ma lui no.”

Un suono dietro di lei.

Clara si voltò di scatto.

Lucia. Era lei giovane, come nelle foto,  la osservava con occhi lucidi.

“Non sei davvero tu,” sussurrò Clara.

“Eppure sono qui. Come eri tu, una volta, come potresti essere ancora.”

Clara fece un passo avanti. “Cosa vuole da me?”

Lucia abbassò lo sguardo. “Non vuole niente. È tu che vuoi qualcosa da lui. Sempre lo stesso errore. Lui non si prende. Si invita.”

“Chi è lui?” chiese Clara, a voce più alta.

Lucia si voltò verso l’esterno. “Non ha nome. Perché vive nei nostri pensieri. Cambia forma, ma resta. Aspetta. Tu sei tornata, e ora la casa ti riconosce.”

Il vestito giallo sulla sedia sembrava pulsare.

Clara si sentì girare la testa. Ricordi confusi: un’estate lontana, un’amica immaginaria. Una voce che le parlava dal buio dell’armadio. Una notte in cui aveva giurato a se stessa di non ricordare. Una promessa sussurrata a qualcosa che non doveva ascoltare.

Il mondo nella stanza si fece più chiaro. Vide sé stessa, bambina, che giocava con qualcun altro… ma il volto dell’altro era sfocato. Umano? Forse. Ma… non del tutto.

Fu allora che capì.

Non era Lucia a essere impazzita.

Era Clara che, da bambina, aveva aperto quella porta. Ed era lei ad averlo fatto entrare. Lucia, tornata d’estate, lo aveva ritrovato. E aveva cercato di chiudere il cerchio. Di fermarlo. Ma era scomparsa.

Clara chiuse gli occhi.

La stanza era sparita.

Era di nuovo nella camera da letto, davanti all’armadio chiuso.

Aveva sognato?

Aveva davvero aperto qualcosa?

Il vestito giallo, però, ora era sul letto.

E il biglietto sul cuscino.

“Hai già scelto. L’hai fatto da bambina. L’estate non dimentica.”

Clara non dormì quella notte.

E per la prima volta, comprese: la casa non era maledetta. Era viva. E la stava aspettando.

(continua)



Operette Morali di Leopardi

 Le Operette morali sono un’opera filosofico-letteraria scritta da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1832. Sono composte da dialoghi immaginari e prose che riflettono in modo profondo, spesso ironico e amaro, sulla condizione umana, sul dolore, sulla natura e sull’infelicità dell’uomo.

È un testo che unisce lo stile elegante e limpido di Leopardi a una visione esistenziale potente e provocatoria. 

Operette morali, in particolare dal “Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere” — uno dei più noti e densi di significato:

> Venditore: “Credi che l’anno nuovo sarà felice?” > Passeggere: “Spero di sì.” > Venditore: “Quanti anni nuovi sono passati da che vivi?” > Passeggere: “Più di cinquanta.” > Venditore: “E ne hai mai avuto uno felice?” > Passeggere: “Veramente… no.” > Venditore: “Che dunque codesto che viene sia felice, è possibile?” > Passeggere: “È possibile.” > Venditore: “Ma come dicevi?” > Passeggere: “Dicevo che spero di sì.”

Questo brano è un concentrato del pessimismo lucido di Leopardi: mette in scena un dialogo semplice ma profondo sul disincanto, sulla speranza e sull’abitudine umana a confidare sempre nel futuro, nonostante l’esperienza insegni il contrario. È uno spaccato filosofico e amaro, ma anche ironico, sulla condizione umana.




domenica 22 giugno 2025

Stephen Hawking

 Stephen Hawking è stato uno dei più brillanti cosmologi e fisici teorici del nostro tempo. Nato l’8 gennaio 1942 a Oxford e scomparso il 14 marzo 2018 a Cambridge, ha rivoluzionato la nostra comprensione dell’universo con i suoi studi sui buchi neri, la relatività e la cosmologia quantistica.

Nonostante la diagnosi precoce di una forma rara di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), che lo ha progressivamente paralizzato, Hawking ha continuato a lavorare, scrivere e insegnare per decenni, diventando un simbolo di resilienza e genialità. Tra i suoi contributi più noti c’è la teoria della **radiazione di Hawking**, secondo cui i buchi neri emettono energia e possono evaporare nel tempo.

È stato autore di numerosi libri di divulgazione scientifica, tra cui *Dal Big Bang ai buchi neri – Breve storia del tempo*, che ha avvicinato milioni di lettori alla fisica moderna. La sua capacità di spiegare concetti complessi con chiarezza e ironia lo ha reso una vera icona pop della scienza.


Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.


 Stephen Hawking








foto Di NASA - Original. Source (StarChild Learning Center). Archived directory listing at the Wayback Machine., 

lunedì 16 giugno 2025

Non son chi fui (UGO FOSCOLO)

Non son chi fui


Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avvanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovenil mio canto.
Perché dal dì ch’empia licenza e Marte
vestivan me del lor sanguineo manto,
cieca è la mente e guasto il core, ed arte
la fame d’oro, arte è in me fatta, e vanto.
Che se pur sorge di morir consiglio,
a mia fiera ragion chiudon le porte
furor di gloria, e carità di figlio.
Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte,
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
e so invocare e non darmi la morte.




La casa d'estate (terza parte)

 

Capitolo 3 – La soffitta di Lucia

Clara trascinò il quaderno con sé giù dalla soffitta come si trattasse di una reliquia proibita. Lo tenne stretto al petto, come se potesse proteggerla da qualcosa che non riusciva ancora a nominare. Si sedette al tavolo della cucina, dove la luce del mattino cominciava a filtrare tra le persiane, disegnando righe dorate sulle mattonelle.

Aprì la prima pagina con lentezza, come se temesse che un gesto troppo brusco potesse dissolverne le parole.

“12 luglio. Oggi l’ho visto di nuovo. Era davanti all’altalena, immobile. Sorrideva. Ma non come una persona. Come una presenza che imita un sorriso umano.”

Clara deglutì. Scorse il resto della pagina, poi quella successiva. Le date non erano regolari, e nemmeno la calligrafia. A volte i tratti erano ordinati, misurati. Altre volte nervosi, spezzati, come scritti in fretta, con il fiato corto. Le parole descrivevano piccoli episodi: oggetti spostati di notte, rumori alle scale, un sussurro udito nel sonno. E poi, sempre, lui. Nessun nome. Solo “lui”.

“Dice che mi conosce. Dice che siamo legati da prima che io nascessi. Dice che aspetta. Aspetta me. Ma per cosa?”

Il cuore di Clara martellava. Chiunque fosse quella figura, Lucia lo aveva visto, o creduto di vederlo. E ora… ora c’era lei. Un fiore giallo sul piatto. L’altalena che si muoveva senza vento. La stessa casa.

Quella mattina, Clara uscì a piedi verso il paese. Aveva bisogno di parlare con qualcuno che conoscesse la sua famiglia. Qualcuno che ricordasse Lucia. Al piccolo bar in piazza trovò il signor Nanni, l’uomo più anziano del villaggio, che un tempo era amico del nonno.

“Lucia?” disse l’uomo, piegando il giornale con lentezza. “La zia di tua madre? Sì, certo. Strana ragazza, quella. Sempre sola, parlava poco. Dopo la morte dei suoi genitori, era rimasta qui, da sola, nella casa in cima. Alcuni dicevano che fosse un po’… fragile.”

“Fragile in che senso?” domandò Clara, cercando di nascondere l’urgenza nella voce.

“Dicevano che vedeva cose. Parlava con qualcuno che non c’era. Ma nessuno le ha mai voluto male. Sembrava tranquilla, solo... altrove. Poi, un giorno, se n’è andata. Sparita. Lasciò tutto dietro di sé. E nessuno seppe più nulla.”

Clara tornò a casa con la testa pesante. Quel “sparita” le ronzava in testa. Lucia non era morta lì. Non c’erano né una tomba né una data. Era semplicemente svanita. Come se qualcosa – o qualcuno – l’avesse chiamata via.

Quella sera, tornò in soffitta. Voleva rileggere il quaderno, trovare un indizio, una frase finale. Ma quando aprì la botola, vide che la luce al neon tremolava. Salì piano, ogni scalino un suono secco nel silenzio della casa. Il quaderno era ancora lì, sul baule. Ma accanto, adesso, c’era un’altra cosa.

Una foto.

Clara la prese con mani che tremavano. Ritraeva una ragazza – Lucia – in piedi accanto all’altalena. Ma il dettaglio che la fece gelare fu un’ombra, sullo sfondo. Un’ombra umana, dietro di lei. Ma sfocata. Deformata. Come se fosse stata lì, ma non appartenesse al mondo che la macchina fotografica poteva comprendere.

Girò la foto.

Sul retro, una scritta in stampatello incerto:

“Non ascoltarlo.”

Quella notte, Clara non dormì. Si sedette sull’altalena, guardando il buio davanti a sé. La luna era alta, il vento assente, eppure… di nuovo… la sensazione. Che qualcuno la stesse osservando.

Chiuse gli occhi.

E lo sentì.

Un sussurro, dietro l’orecchio, lieve come un fiato.

“Sei tornata per me.”

Si voltò di scatto, ma non c’era nessuno. Solo il buio e l’estate, densa e viva come un respiro trattenuto.




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la dedica

A Leone Werth.

Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il migliore amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini. E ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande persona è stata. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano.)
Perciò correggo la mia dedica:
A Leone Werth
quando era un bambino»

Fernando Botero

Fernando Botero
Di Roel Wijnants - Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia

Grazia Deledda "La Primavera"

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L'inverno aveva rinfrescato anche il colore delle rocce. Dai monti scendevano, vene d'argento, mille rivoletti silenziosi, scintillanti tra il verde vivido dell'erba. Il torrente sussultava in fondo alla valle tra i peschi e i mandorli fioriti, e tutto era puro, giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo. Grazia Deledda