Nessuno se ne accorge subito, quando una vita cambia direzione.
Non c’è un rumore secco, non c’è un cartello. È più simile a una corrente d’aria: ti sposta di pochi centimetri, ma basta quello per portarti altrove.
Elia aveva trentasette anni e un lavoro che non odiava, ma nemmeno amava. Ogni mattina prendeva lo stesso autobus, sedeva sempre nello stesso posto, guardava le stesse vetrine come se fossero fotografie già viste troppe volte. Pensava che la stabilità fosse una forma di pace. In realtà era solo una tregua.
Quel martedì, l’autobus si fermò di colpo. Incidente, dissero. “Scendete, dovete proseguire a piedi.”
Una deviazione minima. Un fastidio. Una perdita di tempo.
Camminando per una strada che non percorreva mai, Elia notò una bottega minuscola, con un’insegna quasi scolorita:
Riparazioni di strumenti musicali.
Non suonava da anni. Da ragazzo sì, aveva una chitarra, sogni vaghi, canzoni scritte su quaderni stropicciati. Poi erano arrivati i “devi” e i “non puoi vivere d’aria”. Aveva chiuso tutto in una scatola.
Entrò. Non sapeva nemmeno perché.
Dietro il bancone c’era una donna con i capelli argento e le mani sporche di polvere di legno.
“Cosa vuoi riparare?” chiese senza alzare lo sguardo.
Elia esitò.
“Credo… me stesso.”
Lei sorrise come se fosse la frase più normale del mondo.
Sul muro, appesa, c’era una chitarra identica alla sua di un tempo. La prese. Le dita tremavano, ma ricordavano ancora. Bastarono tre accordi. Tre soltanto.
E qualcosa si aprì.
Non cambiò vita quel giorno. Non mollò il lavoro, non fuggì lontano. Ma da quel momento iniziò a camminare in una direzione diversa, anche se sembrava la stessa strada.
Ogni sera tornava a suonare. Ogni sabato passava dalla bottega. Ogni nota era una piccola correzione di rotta.
Capì che le vite non cambiano con gli uragani, ma con le brecce.
Con una deviazione forzata.
Con una porta che non dovevi aprire, ma che apri lo stesso.
E da lì in poi, anche se tutto sembra uguale, niente lo è più davvero.





