venerdì 30 gennaio 2026

Vite che cambiano direzione: Elia e la chitarra

Nessuno se ne accorge subito, quando una vita cambia direzione.

Non c’è un rumore secco, non c’è un cartello. È più simile a una corrente d’aria: ti sposta di pochi centimetri, ma basta quello per portarti altrove.

Elia aveva trentasette anni e un lavoro che non odiava, ma nemmeno amava. Ogni mattina prendeva lo stesso autobus, sedeva sempre nello stesso posto, guardava le stesse vetrine come se fossero fotografie già viste troppe volte. Pensava che la stabilità fosse una forma di pace. In realtà era solo una tregua.

Quel martedì, l’autobus si fermò di colpo. Incidente, dissero. “Scendete, dovete proseguire a piedi.”
Una deviazione minima. Un fastidio. Una perdita di tempo.

Camminando per una strada che non percorreva mai, Elia notò una bottega minuscola, con un’insegna quasi scolorita:
Riparazioni di strumenti musicali.

Non suonava da anni. Da ragazzo sì, aveva una chitarra, sogni vaghi, canzoni scritte su quaderni stropicciati. Poi erano arrivati i “devi” e i “non puoi vivere d’aria”. Aveva chiuso tutto in una scatola.

Entrò. Non sapeva nemmeno perché.

Dietro il bancone c’era una donna con i capelli argento e le mani sporche di polvere di legno.
“Cosa vuoi riparare?” chiese senza alzare lo sguardo.

Elia esitò.
“Credo… me stesso.”

Lei sorrise come se fosse la frase più normale del mondo.

Sul muro, appesa, c’era una chitarra identica alla sua di un tempo. La prese. Le dita tremavano, ma ricordavano ancora. Bastarono tre accordi. Tre soltanto.
E qualcosa si aprì.

Non cambiò vita quel giorno. Non mollò il lavoro, non fuggì lontano. Ma da quel momento iniziò a camminare in una direzione diversa, anche se sembrava la stessa strada.

Ogni sera tornava a suonare. Ogni sabato passava dalla bottega. Ogni nota era una piccola correzione di rotta.

Capì che le vite non cambiano con gli uragani, ma con le brecce.
Con una deviazione forzata.
Con una porta che non dovevi aprire, ma che apri lo stesso.

E da lì in poi, anche se tutto sembra uguale, niente lo è più davvero.




IL GELSOMINO NOTTURNO (Giovanni Pascoli)

 IL GELSOMINO NOTTURNO

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
     Sono apparse in mezzo ai viburni
     le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
     Sotto l’ali dormono i nidi,
     come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
     Splende un lume là nella sala.
     Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
     La Chioccetta per l’aia azzurra
     va col suo pigolio di stelle.


Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
     Passa il lume su per la scala;
     brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
     dentro l’urna molle e segreta,
     non so che felicità nuova.


Canti di Castelvecchio/Canti di Castelvecchio/Il gelsomino notturno



Il gelsomino notturno è una poesia che si muove come una scena girata al buio, dove la luce non illumina mai del tutto, ma lascia intuire. Pascoli non racconta: suggerisce. Ogni verso è come un’inquadratura lenta, silenziosa, che sfiora senza spiegare.

La notte diventa un personaggio: avvolge, protegge, nasconde. Il gelsomino che si apre solo al calare del buio è simbolo di una vita che nasce in segreto, lontano dagli sguardi, nel momento in cui tutto sembra fermo. È una poesia sull’amore, sulla fecondità, ma anche sulla distanza: mentre altri vivono, il poeta osserva da fuori, come dietro un vetro.

C’è una tensione fortissima tra ciò che accade dentro e ciò che resta fuori. Come in certi film intimisti, Pascoli costruisce una scena in cui non vediamo mai l’evento centrale, ma ne sentiamo il respiro. La vera azione non è mostrata: vibra nell’aria.

Il gelsomino è la metafora di un mondo segreto, che fiorisce solo quando nessuno guarda, è qui che Pascoli diventa modernissimo: non descrive una realtà oggettiva, ma uno stato emotivo. La poesia funziona come una macchina da sogno, dove immagini, suoni e silenzi creano un’atmosfera sospesa.


giovedì 8 gennaio 2026

La letteratura come archivio dell’invisibile: voci, gesti, assenze

 

Introduzione

La letteratura non è solo narrazione: è un archivio di ciò che non si vede, non si dice, non si compie. È il luogo dove il gesto mancato diventa struttura, dove l’assenza si fa protagonista, dove la voce che non parla viene custodita come reliquia. In questo articolo esploriamo come autori e autrici abbiano trasformato il silenzio in forma, l’invisibile in memoria.


Il gesto che non accade

In molte opere, ciò che non avviene è più potente di ciò che accade. Il gesto trattenuto, il passo non fatto, il bacio evitato: sono questi gli snodi emotivi che danno profondità alla narrazione. Natalia Ginzburg, ad esempio, costruisce interi universi familiari attorno a ciò che resta implicito, a ciò che non viene detto.


Scrivere l’assenza

Marguerite Duras ha scritto pagine memorabili sull’assenza: l’assenza dell’amato, del tempo, della parola. In "L’amante", il vuoto diventa spazio narrativo, e la mancanza diventa ritmo. Cesare Pavese, nei suoi diari e romanzi, trasforma la solitudine in architettura letteraria, dove ogni frase è una stanza vuota da abitare.


Archiviare la voce

La letteratura diaristica, frammentaria, epistolare è spesso un modo per archiviare voci che non hanno avuto luogo pubblico. Annie Ernaux, con la sua scrittura documentaria, raccoglie tracce di sé e degli altri, creando un archivio emotivo e sociale. La voce che scrive diventa eco di molte altre voci, spesso dimenticate.


Letteratura come rituale

Scrivere è anche un atto rituale: un modo per dare forma all’informe, per rendere eterno ciò che è effimero. Il testo diventa oggetto da custodire, da rileggere, da tramandare. In questo senso, la letteratura è un atto di resistenza contro l’oblio, una forma di cura e di commemorazione.


Tracce da leggere

  • Natalia Ginzburg – Lessico famigliare

  • Marguerite Duras – L’amante, La vita materiale

  • Cesare Pavese – Il mestiere di vivere

  • Annie Ernaux – Gli anni, Il posto


Conclusione

La letteratura è un archivio dell’invisibile. Custodisce ciò che non si può dire, ciò che non si è fatto, ciò che è svanito. È un luogo dove il silenzio parla, dove l’assenza si fa forma, dove la memoria diventa gesto. Scrivere, leggere, rileggere: sono atti di cura, di resistenza, di bellezza.




Marguerite Duras nel 1960

Era di sera

Era di sera,  

e la luce si piegava lenta  

come un nome sussurrato troppo tardi.

Le strade trattenevano il fiato 

e memorie  

che nessuno aveva il coraggio di cercare.  

Era di sera,  

e il cielo si apriva in due:  

da una parte un passato insistente,  

dall’altra un futuro lontano.

Camminavo tra le ombre  

come tra pagine non ancora scritte,  

cercando un varco,  

un gesto,  

una parola.

Era di sera,  

e tutto sembrava possibile  

e  fragile  

come tutte le cose che brillano  

solo per  un istante  

prima di svanire.  



martedì 23 dicembre 2025

Favola di Natale

 La notte di Natale, IN  un piccolo paese dove le luci tremavano come stelle timide e il silenzio aveva il profumo del pane caldo.

In quel paese viveva Elia, un uomo che non credeva più nella magia. Da bambino l’aveva cercata ovunque, ma crescendo l’aveva persa per strada, come si perdono le monete nelle tasche rotte. Elia lavorava sempre, parlava poco e, la sera di Natale, chiudeva le finestre per non sentire i canti.

Quella notte, però, accadde qualcosa.

Un vento leggero bussò alla sua porta. Non era un vento qualunque: sapeva di neve, di legno antico e di promesse dimenticate. Quando Elia aprì, trovò un vecchio giostraio con un mantello consunto e una collana che brillava appena.

«La giostra è pronta» disse il vecchio.
«Io non salgo più» rispose Elia.
«Nessuno sale perché crede. Si sale perché ha dimenticato» sorrise il giostraio.

Fu così che Elia si ritrovò al centro della piazza, davanti a una giostra che non girava nello spazio, ma nel tempo. Ogni cavallo era un ricordo, ogni luce un desiderio messo da parte. Quando la giostra iniziò a muoversi, Elia vide sé stesso bambino, vide le mani che aiutavano, gli abbracci senza paura, i sogni non ancora traditi.

Scese con gli occhi pieni di lacrime e il cuore più leggero.

Il giostraio non c’era più. Al suo posto, solo una scritta incisa nel legno:
“La magia non scompare. Aspetta.”

Il mattino di Natale, Elia aprì le finestre. Ascoltò i canti. Preparò una tavola anche per chi non aveva nessuno. E capì che il vero miracolo non era la giostra, ma il coraggio di tornare a credere ai sogni..

Da allora, ogni Natale, nel piccolo paese qualcuno giura di vedere una giostra accendersi per un attimo.
E chi la vede, non dimentica più.

E così vissero tutti un po’ più umani, che è la forma più segreta della felicità.



L’importanza di un personaggio: quando l’interpretazione diventa destino

 Nel cinema, la potenza di una storia non risiede soltanto nella trama o nella regia: spesso è un personaggio, incarnato da un attore in un momento di verità assoluta, a rendere un film memorabile. Ci sono interpretazioni che segnano una svolta, che imprimono un marchio indelebile nell’immaginario collettivo. Una di queste è quella di Ralph Fiennes nel ruolo di Amon Goeth in Schindler’s List.

Il caso Fiennes mostra con chiarezza quanto un personaggio possa diventare il cuore pulsante di un’opera, non solo come figura narrativa, ma come energia emotiva e simbolica. Quando l’attore entrò nella stanza del provino, non portava nulla di minaccioso. Era un interprete elegante, dalla dizione impeccabile e dai modi gentili. Ma nel momento in cui iniziò la trasformazione, la sala cambiò temperatura. Il respiro si fece lento, lo sguardo duro, il silenzio pesante. Spielberg uscì dalla stanza senza parlare, come se avesse appena intravisto qualcosa di irriducibile. E quando tornò, disse soltanto: «Credo di aver appena incontrato il male».

Questo episodio rivela un principio fondamentale: un personaggio ben costruito e profondamente abitato dall’attore permette al pubblico – e persino a chi osserva da dietro la macchina da presa – di confrontarsi con ciò che di solito resta indicibile. Goeth non è solo un antagonista: è l’incarnazione dell’orrore della banalità del male, un abisso che il film deve mostrare per poterne parlare.

Un personaggio diventa indispensabile quando porta con sé un mondo interiore complesso, una sua logica, una sua ombra. Fiennes temeva quel ruolo, non voleva entrarci dentro. E proprio quella resistenza emotiva indica quanto sia cruciale la figura del personaggio per la riuscita dell’opera: per interpretarlo, non basta recitare; bisogna permettere a quell’oscurità di passare attraverso di sé, di diventare temporaneamente parte della propria identità.

L’impatto non fu soltanto artistico. I superstiti dell’Olocausto che visitavano il set faticavano a guardarlo. Una donna scoppiò in lacrime: «Non sei tu… è lui». Quando l’identità dell’attore si dissolve a tal punto da essere riconosciuto come il personaggio, significa che quel ruolo ha superato la finzione. È diventato un simbolo.

Ed è proprio questa la grande importanza di un personaggio nel cinema: dare un volto a ciò che la storia, la società o l’animo umano faticano a raccontare da soli. Un personaggio potente non serve solo la narrazione: la trascende. Diventa un ponte tra spettatore e realtà, tra emozione e memoria.

Interpretare Goeth lasciò cicatrici invisibili in Fiennes. Ma il personaggio che ha portato sullo schermo continua a ricordarci che il cinema non è soltanto intrattenimento: è un modo per affrontare il male, la fragilità, la complessità. È uno specchio che non sempre ci piace guardare.

E, a volte, tutto questo nasce da un attimo di silenzio in una sala casting. Quando, improvvisamente, un personaggio prende vita. E non la restituisce più.

lunedì 17 novembre 2025

Boris Pasternak: la poesia della vita autentica

 «Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci.» (Il dottor Živago)

Boris Pasternak è stato uno dei grandi poeti e romanzieri del Novecento, capace di trasformare la sua esistenza travagliata in un canto universale sulla dignità umana. Le sue parole continuano a parlarci di libertà interiore, di caduta e rinascita, di resistenza contro l’omologazione.

 Alcune citazioni memorabili

  • «Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore.» (Il dottor Živago)

  • «L’uomo nasce per vivere, non per prepararsi a vivere.» (Il salvacondotto, 1931)

  • «Bisogna essere di un’irrimediabile nullità per sostenere un solo ruolo nella vita.» (Il dottor Živago)

  • «Oh come si desidera a volte poter scappare dall’insulsa monotonia dell’umana eloquenza, per cercare rifugio nella natura, nel sonno profondo, nella musica vera o nell’umana comprensione zittita dall’emozione!» (Il dottor Živago)



 La storia di Boris Pasternak

  • Origini: Nato a Mosca nel 1890, in una famiglia di artisti (padre pittore, madre pianista), crebbe immerso nell’arte e nella cultura.

  • Formazione: Studiò musica e filosofia, ma scelse la letteratura come sua vera vocazione.

  • Poesia e narrativa: Esordì con raccolte poetiche vicine al futurismo, ma il suo stile rimase sempre personale, lirico e visionario.

  • Il capolavoro: Il dottor Živago (1957) racconta la Russia rivoluzionaria attraverso la vita di Jurij Živago, medico e poeta. È un romanzo di amore, dolore e ricerca di verità.

  • Il Nobel e la persecuzione: Nel 1958 vinse il Premio Nobel per la Letteratura, ma fu costretto a rifiutarlo dalle autorità sovietiche. Il romanzo fu bandito in patria e pubblicato solo all’estero.

  • Gli ultimi anni: Morì nel 1960 a Peredelkino, vicino Mosca. Solo nel 1988 Il dottor Živago fu pubblicato ufficialmente in Russia, restituendo al suo autore il posto che gli spettava nella cultura nazionale.

 Conclusione

Pasternak ci insegna che la perfezione non è mai un punto d’arrivo, ma un movimento continuo verso l’autenticità. La sua voce rimane un invito a vivere con coraggio, a cadere e rialzarsi, a cercare la verità anche quando costa isolamento e dolore.




Boris Pasternak nel 1959

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la dedica

A Leone Werth.

Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il migliore amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini. E ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande persona è stata. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano.)
Perciò correggo la mia dedica:
A Leone Werth
quando era un bambino»

Fernando Botero

Fernando Botero
Di Roel Wijnants - Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia

Grazia Deledda "La Primavera"

Grazia Deledda "La Primavera"
L'inverno aveva rinfrescato anche il colore delle rocce. Dai monti scendevano, vene d'argento, mille rivoletti silenziosi, scintillanti tra il verde vivido dell'erba. Il torrente sussultava in fondo alla valle tra i peschi e i mandorli fioriti, e tutto era puro, giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo. Grazia Deledda